Il mito della “visione” senza struttura.

Negli ultimi anni la parola visione è diventata una sorta di lasciapassare universale. La si usa per giustificare ritardi, confusione, cambi di rotta continui e decisioni costantemente rimandate.

Vale però la pena dirlo con chiarezza: una visione che non si traduce in struttura non orienta. Crea ambiguità.

La visione è importante, certo. Serve a dare direzione, senso, prospettiva. Ma quando resta solo un racconto — non accompagnato da ruoli chiari, processi, priorità e responsabilità — smette di essere una guida e finisce per diventare un alibi.

Succede spesso in contesti che si definiscono “visionari”, ma che faticano a funzionare. Le decisioni vengono sempre spostate più avanti, le priorità cambiano di continuo, non è mai chiaro chi decide cosa. Tutto sembra urgente, ma niente è stabile. Il lavoro procede per improvvisazione, più che per metodo. In questi casi la visione non aiuta a orientarsi: copre un vuoto strutturale.

Di recente mi è capitato di lavorare in un contesto fortemente centrato sulla visione. Le parole erano grandi, le prospettive affascinanti, le promesse sempre proiettate un po’ più avanti nel tempo. Quello che mancava, però, era altro: decisioni chiare, confini di ruolo, strumenti di lavoro, responsabilità esplicite.

Il risultato è stato un carico crescente sulle persone più competenti, urgenze continue e scollegate tra loro, energia spesa a compensare invece che a costruire. E una sensazione costante di affaticamento, nonostante l’entusiasmo dichiarato. È lì che diventa evidente una verità scomoda: la visione, da sola, non sostiene il lavoro quotidiano.

C’è un altro equivoco che spesso accompagna questi contesti: l’idea che la struttura soffochi la creatività. In realtà accade l’opposto. La struttura è ciò che permette alle idee di diventare realtà. Senza struttura, le persone più competenti finiscono per tappare buchi, lavorare in emergenza continua e assumersi responsabilità che non sono mai state chiarite. E, prima o poi, si stancano.

Quando mancano processi chiari, strumenti adeguati e responsabilità definite, il peso non sparisce. Si sposta. Ricade sulle persone più motivate, più disponibili, su quelle che “ce la mettono tutta”. È così che nascono ambienti stressanti, confusi, emotivamente faticosi, anche quando il racconto esterno resta entusiasmante.

Se ti trovi in un contesto molto “visionario”, può essere utile fermarsi e porsi qualche domanda semplice: come vengono prese le decisioni? Chi è responsabile di cosa? Quali sono le priorità reali, non solo dichiarate? Quali strumenti sostengono il lavoro quotidiano?

Se a queste domande non c’è risposta, la visione da sola non basta.

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